“Odio gli indifferenti”, l’attualissimo j’accuse di Antonio Gramsci

Nel freddo febbraio torinese del 1917 su La città futura, numero unico pubblicato a cura della Federazione giovanile piemontese del Partito Socialista, Antonio Gramsci lanciava il suo grido di rabbia contro l’indifferenza. Un testo lucido, a tratti aspro; un infiammato j’accuse, un urlo dell’anima: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza…Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti”. Parole che, più di un secolo dopo, sono ancora di grandissima attualità.

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La Torino di Gramsci agli inizi del Novecento

Nell’autunno del 1911 il Collegio Carlo Alberto di Torino bandì un concorso riservato a tutti gli studenti poveri licenziati dai Licei del Regno. Venivano offerte trentanove borse di studio, ciascuna con una dotazione di settanta lire al mese per dieci mesi. Un’iniziativa ritenuta meritoria, con l’obiettivo di consentire l’accesso all’Università anche a chi non disponeva dei mezzi finanziari necessari per mantenersi gli studi e vivere nella città dell’auto. Antonio Gramsci fu uno dei due studenti di Cagliari ammessi a sostenere gli esami a Torino. Scrisse: “Partii per Torino come se fossi in stato di sonnambulismo”. Raggiunse la città subalpina con 55 lire in tasca poiché aveva “ speso 45 lire per il viaggio in terza classe delle cento avute da casa”. Si iscrisse alla Facoltà di Lettere. A quel tempo le aule si trovavano nell’attuale palazzo del Rettorato. Gramsci non si limitò a frequentare quei corsi e seguì con interesse anche le lezioni tenute a Giurisprudenza da Einaudi e Ruffini. Vivere a Torino era un’impresa: le settanta lire al mese non bastavano nemmeno per le spese di prima necessità. Oltre alle tasse universitarie, versava venticinque lire al mese per l’affitto di una stanza al n.57 di Lungo Dora Firenze, a meno di un chilometro da Porta Palazzo. Tra le spese andavano conteggiate, oltre a quelle di prima necessità come i pasti ( “non meno di due lire alla più modesta trattoria”), anche legna e carbone per riscaldarsi. Non possedeva neppure un cappotto e scrisse a casa che “la preoccupazione del freddo” non gli permetteva di studiare perché “o passeggio nella stanza per scaldarmi i piedi oppure devo stare imbacuccato perché non riesco a sostenere la prima gelata”. Antonio Gramsci, tenace e risoluto sardo nato ad Ales il 22 gennaio 1891 (a quel tempo provincia di Cagliari, ora di Oristano) era ostinato e, studiando all’ombra della Mole, si affermò come uno dei più grandi e originali pensatori del Novecento. Svolse un’intensa attività giornalistica, diventò uno dei più prestigiosi e importanti dirigenti del movimento operaio e socialista.

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La tomba di Antonio Gramsci al cimitero Acattolico di Roma

La ricca biografia dell’autore dei “Quaderni del carcere”, una delle pietre miliari della letteratura e della teoria politica del secolo breve, è nota e può essere ripercorsa per sommi capi. Contribuì alla nascita del Partito comunista d’Italia (a Livorno, nel gennaio 1921) diventandone cinque anni dopo il segretario generale e, nel 1924, fondò L’Unità, “quotidiano degli operai e dei contadini”. Deputato dal 1924, venne arrestato due anni dopo nonostante l’immunità parlamentare. Processato dal regime fascista nel 1928 venne imprigionato nel carcere di Turi (Bari) fino al 1933 quando, gravemente malato, fu trasferito in una clinica di Formia e poi alla casa di cura Quisisana di Roma dove morì a 46 anni, il 27 aprile 1937, e venne sepolto nel cimitero acattolico della capitale, già cimitero degli Inglesi, nel rione Testaccio, vicino a Porta San Paolo e a lato della piramide Cestia.

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Una vecchia immagine di Piazza Carlina con la casa dove visse Gramsci sullo sfondo a destra

Tra Gramsci e Torino vi fu un profondo legame reso evidente anche dai luoghi dove visse e operò. La mappa della toponomastica gramsciana può idealmente partire dall’edificio al n.15 di Piazza Carlo Emanuele II, nota ai torinesi come “piazza Carlina”. In questo stabile nel cuore di Torino, oggi diventato il lussuoso Hotel Carlina, è ospitata “Casa Gramsci”, uno spazio di due vetrine, tra via Maria Vittoria e via San Massimo, aperto al pubblico nel luogo in cui Gramsci visse dal 1913 al 1922.

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Targa su Gramsci in piazza Carlina

Un altro luogo simbolico si trova al n.7 di via dell’Arcivescovado. In quel punto, a poca distanza dall’incrocio con via XX Settembre, su uno dei muri dell’edificio che ospitò anche la prima sede della casa editrice Einaudi, il 27 aprile del 1949 venne posata una lapide firmata “Torino memore “ sulla quale si legge questa scritta: “la forte volontà/ e la mente luminosa/ di Antonio Gramsci/ stretti attorno a lui/ gli operai torinesi/ contro la barbarie/ fascista prorompente/ “L’Ordine Nuovo”/ stendardo di libertà/ qui nella bufera/levarono e tennero fermo”.



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La sede de L’Ordine Nuovo in via Arcivescovado

Il linguaggio, elevato e aulico, rammenta che quel palazzo dov’era ubicata la redazione dell’edizione piemontese de L’Avanti! ospitò la redazione de L’Ordine Nuovo, pubblicazione di cultura socialista fondata il primo maggio del 1919 da Gramsci e altri intellettuali socialisti come Terracini, Togliatti e Tasca. Il giornale svolse un ruolo importante nella città-simbolo dell’industrializzazione italiana nel periodo che gli storici ribattezzarono il “biennio rosso”, tra il 1919 e il 1920, dando voce al movimento dei Consigli di fabbrica. In quei “due grandi camerini” di via dell’Arcivescovado ( “in cui lavoravano tutti i redattori e i cronisti”, come rammentò Palmiro Togliatti ) si svilupparono accesi dibattiti culturali, resi addirittura incandescenti dal fervore delle idee e delle passioni di quel tempo. E’ probabile che in quelle stanze Gramsci scrisse per La città futura quel formidabile testo citato in apertura.



Marco Travaglini